"Liaison" galattica per ALMA
L'osservatorio ESO studia le relazioni tra una galassia attiva al centro del cluster Phoenix e il suo inquilino "mangia materia", fornendo nuovi elementi a sostegno della teoria per cui il buco nero e la galassia ospite evolvono di pari passo
Gli scienziati lo sospettavano da tempo: i buchi neri supermassicci evolvono di pari passo alle galassie che li ospitano e ne plasmano il destino. Gli interrogativi ora riguardano il “come” questi affascinanti oggetti interagiscano con l’ambiente circostante e condizionino la crescita delle galassie che abitano. Una risposta sta tentando di fornirla l’osservatorio ALMA – Atacama Large Millimeter/Submillimeter Array – il radiointerferometro dell’ESO operante nel millimetrico e nel submillimetrico, che ha “drizzato” le antenne rivolgendo lo sguardo al cluster Phoenix, con l’obiettivo di studiare i rapporti tra la galassia attiva al centro dell’ammasso e il suo buco nero supermassiccio.
Andromeda a raggi X
L’osservatorio NuSTAR indaga sulle emissioni energetiche profuse dal cuore della galassia di Andromeda. Il reporter NASA, con l’ausilio dei telescopi Swift e Chandra, ha scoperto che si tratta di una pulsar
Uno sguardo energetico mette in luce il cuore pulsante del dirimpettaio. Nel nostro vicinato galattico, a soli 2,5 milioni di anni luce dalla Via Lattea risiede il gruppo stellare M 31 – noto come galassia a spirale di Andromeda – un oggetto celeste vicinissimo (è visibile persino ad occhio nudo dalla Terra nelle notti più buie e terse) che contiene al suo interno una straordinaria fonte di raggi X dall’origine misteriosa. Secondo un recente studio, apparso sull’Astrophysical Journal e realizzato sulla base delle informazioni raccolte da NuSTAR, il detective NASA delle alte energie, il responsabile per quelle emissioni tanto luminose in banda X è una pulsar, ribattezzata Swift J0042.6+4112.
Il calamaro gigante esiste, ecco dove
Mappa di distribuzione dell’Architheutis dux., In rosso gli areali di presenza, in giallo gli areali di assenza o non avvistamento.
I primi avvistamenti leggendari del calamaro gigante risalgono ad Aristotele, nel 500 a.c., quelli storici vanno dal 1639 nei mari della Norvegia, al 2015 in Giappone. Oggi, grazie alle nuove tecniche di archiviazione ed elaborazione dati dell’Isti-Cnr, la prima mappa del calamaro è pubblicata su Ecological Modelling e una timeline ne racconta la storia. I ricercatori hanno inoltre realizzato mappe digitali per 406 specie marine dai cetacei ai coralli, al fine di monitorare la perdita di habitat a causa dei cambiamenti climatici
La storia del calamaro gigante (genere Architeuthis) va dal Mar della Cina, alle leggende del Nord Europa fino all’Oceano Atlantico, gli avvistamenti reali, presunti e immaginari hanno popolato libri e ispirato film. Le prime notizie sulla probabile esistenza del mollusco risalgono alla ‘Storia degli animali’ di Aristotele, le ultime, arrivano dai pescatori del mar del Giappone nel 2015. Un’indagine scientifica realizzata dall’Istituto di scienza e tecnologie dell’informazione ‘A. Faedo’ del Consiglio nazionale delle ricerche (Isti-Cnr) di Pisa ha prodotto una mappa di avvistamenti del calamaro e la prima timeline su questo gigantesco mollusco, ossia una rappresentazione cronologica della sua presenza nelle acque di tutto il mondo mediante l’utilizzo dei Big data, del Cloud computing (elaborazioni di archivi on-line) e delle Infrastrutture digitali (reti informatiche collaborative). La mappa è pubblicata sulla rivista Ecological Modelling.
Polifenoli contro il cancro? Un vantaggio da approfondire
Cellule derivate da Leucemia linfocitaria cronica trattate con quercetina e con il farmaco apoptogenico ABT-737. In verde chiaro, le cellule tumorali morte
Un team di ricercatori dell’Isa-Cnr ha indagato in modo specifico l’utilizzo di questi antiossidanti naturali nelle patologie tumorali, evidenziando in due studi i pro e i contro del loro uso e dimostrando che in alcuni casi l’effetto prescinde dall’attività antiossidante.
Le ricerche sono state pubblicate su Seminars in Cancer Biology e su Oncotarget
I polifenoli, composti naturali presenti in abbondanza in frutta e verdura spesso presentati come salutari, fanno davvero bene? Hanno cercato di rispondere al quesito i ricercatori dell’Istituto di scienze dell’alimentazione del Consiglio nazionale delle ricerche (Isa-Cnr) di Avellino con due distinti studi. Gli autori concludono che lo studio degli effetti benefici dei polifenoli nella prevenzione e nella terapia del cancro va affrontato sfruttando modelli cellulari adeguati e selezionati per la loro elevata specificità. L’efficacia va, pertanto, valutata con attenzione. Nella ricerca pubblicata su Seminars in Cancer Biology, il team dell’Isa-Cnr ha analizzato la capacità di queste sostanze di agire da antiossidanti, cioè di neutralizzare i radicali liberi responsabili dell’invecchiamento, evidenziando la differenza tra i dati ottenuti in modelli animali e cellulari, che confermano gli effetti antitumorali dei polifenoli, e i risultati degli studi clinici, spesso non chiari o addirittura negativi. “Quando consideriamo i potenziali effetti benefici dei polifenoli contro il cancro dobbiamo distinguere tra prevenzione e terapia”, spiega Gian Luigi Russo, responsabile del team di ricerca all’Isa-Cnr. “L’efficacia di un antiossidante non è la stessa nella cellula di una persona sana e in quella di un paziente affetto da tumore, a cui vengono somministrate alte dosi di antiossidanti in combinazione con radio o chemioterapia”.
Saturno all'infrarosso
Il telescopio terrestre ha osservato il pianeta con gli anelli nel medio infrarosso, svelandone una brillantezza inversa: le strutture più luminose alla luce visibile sono messe in ombra dall'anello C e dalla Divisione CassiniOcchi su Saturno nel medio infrarosso. Porta la firma dell’osservatorio terrestre Subaru il “negativo” del pianeta con gli anelli: attraverso una “vista” elettronica ad infrarossi, le misteriose e affascinanti strutture anulari aliene – composte da un numero incalcolabile di particelle di ghiaccio e polvere, disposte a cavallo dell’equatore di Saturno - sono state analizzate sotto una luce diversa.Lo studio, condotto sulla base di un reportage realizzato da Subaru nel 2008, rivela infatti un "canone di brillantezza" inverso per gli anelli: nelle immagini composte nella banda infrarossa, la Divisione Cassini e l’anello C appaiono più caldi e luminosi rispetto alle strutture A e B.
La nostra mano è una mappa dello spazio che ci circonda

L’interazione con lo spazio che ci circonda è disegnata dentro il nostro corpo. Concetti come alto e basso Concetti come alto e basso sono ancorati alle dita delle mani. Lo rivela uno studio del dipartimento di Psicologia dell’Università di Milano-Bicocca, in collaborazione con l’Università di Reno (Nevada), appena pubblicato sulla rivista Cognition.
Milano, 14 giugno 2017 – Se sappiamo come muoverci nello spazio attorno a noi è anche grazie alla nostra mano nella quale si trova una mappa dello spazio intorno a noi, dove al pollice è associato il basso e all’indice l’alto.
Lo rivela lo studio Standard body-space relationships: fingers hold spatial information (doi: 10.1016/j.cognition.2017.05.014) appena pubblicato sulla rivista Cognition, realizzato da Daniele Romano e Angelo Maravita, rispettivamente assegnista di ricerca e docente di Psicobiologia e psicologia fisiologica nel Dipartimento di Psicologia dell’Università di Milano-Bicocca, in collaborazione con Francesco Marini, ex dottore di ricerca dell’Ateneo milanese, attualmente assegnista di ricerca (post-doc) all’Università di Reno (Nevada, Stati Uniti).
Particolato atmosferico e rischi per la salute: conta anche la ‘qualità’
L’osservatorio Climatico-Ambientale di Isac-Cnr a Lecce
Un gruppo di ricerca dell’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima (Isac) del Cnr di Lecce ha pubblicato uno studio sui potenziali effetti dannosi causati a livello cellulare dal particolato atmosferico. Lo studio, condotto in collaborazione con l’Università del Salento, dimostra che il potenziale ossidativo dipende dalla composizione chimica del particolato più che dalla sua concentrazione
Che il particolato atmosferico – l’insieme di polveri o particelle solido-liquide sospese nell’aria - abbia effetti dannosi per la salute umana è cosa nota: per questo motivo, nella comunità scientifica internazionale, il potenziale ossidativo è sempre più studiato come indicatore di rischio. Ora uno studio condotto da un gruppo di ricerca dell’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del Consiglio nazionale delle ricerche (Isac-Cnr) di Lecce dimostra come il potenziale stress ossidativo vari a seconda della composizione chimico-fisica e delle sorgenti del particolato stesso: la tossicità per la salute umana dipenderebbe sensibilmente, quindi, dalla ‘qualità’ del particolato più che dalla sua concentrazione. Lo studio, condotto in collaborazione con l’Università del Salento, è pubblicato su Atmospheric Environment.
Sistema Solare... caotico
Un gruppo di ricercatori americani ha preso in esame un campione di rocce sedimentarie della formazione di Niobrara, in Colorado. In esso, la firma chimica del cambiamento climatico e un indizio a favore della teoria del caos
Con le rocce, dalla parte del caos. Fino ad una manciata di anni fa il Sistema Solare veniva immaginato come un meccanismo eliocentrico regolare, in cui i pianeti orbitavano attorno alla stella madre marciando con la puntualità delle lancette di un orologio con orbite semi periodiche e prevedibili. A partire dal 1989, con l’osservazione delle 'periferie' cosmiche e in particolare con lo studio del piccolo Plutone e del suo incedere irregolare, si è fatta largo la teoria di un moto caotico. Oggi un gruppo di ricercatori del Wisconsin-Madison e della Northwestern University ha trovato una possibile conferma all’ipotesi che il Sistema Solare sia governato dal caos, attraverso l’analisi delle rocce sedimentarie del Colorado: lo studio, apparso ieri su Nature, sembra fornire indizi a sostegno del fatto che le piccole variazioni registrate nel moto dei corpi e ripetute nel corso dei millenni producano grandi cambiamenti. La “teoria del caos” - nota anche come “effetto farfalla” – avrebbe indotto radicali mutamenti climatici, registrati sulla Terra nella memoria delle rocce.
New theory on how Earth’s crust was created
More than 90% of Earth’s continental crust is made up of silica-rich minerals, such as feldspar and quartz. But where did this silica-enriched material come from? And could it provide a clue in the search for life on other planets? Conventional theory holds that all of the early Earth’s crustal ingredients were formed by volcanic activity. Now, however, McGill University earth scientists Don Baker and Kassandra Sofonio have published a theory with a novel twist: some of the chemical components of this material settled onto Earth’s early surface from the steamy atmosphere that prevailed at the time. First, a bit of ancient geochemical history: Scientists believe that a Mars-sized planetoid plowed into the proto-Earth around 4.5 billion years ago, melting the Earth and turning it into an ocean of magma. In the wake of that impact - which also created enough debris to form the moon - the Earth’s surface gradually cooled until it was more or less solid. Baker’s new theory, like the conventional one, is based on that premise.
Segnali, scelte e conflitti: il cervello li sbroglia con attenzione
La risoluzione di conflitti cognitivi necessita di attenzione esclusiva. Ecco perché sono potenzialmente pericolosi in situazioni che richiedono un monitoraggio continuo, come la guida di un’automobile. Lo rivela un recente studio, pubblicato su Nature Scientific Reports, condotto dall’Istituto di bioimmagini e fisiologia molecolare del Cnr in collaborazione con l’Università di Milano-Bicocca. Distrazioni zero: la risoluzione di conflitti nella percezione dei segnali derivanti dal mondo esterno richiede un’attenzione esclusiva. È quanto emerge da uno studio condotto da Alberto Zani, responsabile del Laboratorio di Imaging Elettrofunzionale Cognitivo dell’Istituto di bioimmagini e fisiologia molecolare del Consiglio nazionale delle ricerche (Ibfm-Cnr), in collaborazione con Alice Mado Proverbio del NeuroMI-Milan Center for Neuroscience e docente di Neuroscienze cognitive presso l’Università di Milano-Bicocca. L’indagine ‘How voluntary orienting of attention and alerting modulate costs of conflict processing’ è stata recentemente pubblicata su Scientific Reports della piattaforma Nature.
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