Sedici corpi, un cane e tre secoli

guido donati* 06 Set 2026

 

Rapporti di sovrapposizione fra gli individui nella Camera Laterale 3 della tomba tebana 209. La figura mostra la posizione relativa di M7, M6, M9, M5, M3 e M4, con i contatti verticali diretti e le sovrapposizioni parziali fra i corpi. M6 e M7 sono strettamente sovrapposti, con il canide (M9) deposto sopra i loro arti inferiori. Disegno interpretativo: J. Carballo-Pérez. Da Carballo-Pérez J. e Molinero Polo M.Á., Frontiers in Environmental Archaeology 2026, doi 10.3389/fearc.2026.1888379. Licenza CC BY 4.0 (creativecommons.org/licenses/by/4.0/).

 


Come una camera funeraria egizia ha cambiato regola

A Luxor, in una stanza di cinque metri per tre, i primi morti furono deposti ciascuno nel proprio sarcofago. Gli ultimi vennero appoggiati sopra i precedenti, senza cassa. Non è disordine: è un altro modo di seppellire.

La tomba tebana 209 sta sulla riva occidentale di Luxor, nel settore di South Asasif, scavata nel fianco settentrionale del Wadi Hatasun. La posizione è sfortunata: il monumento si trova dentro un canale di drenaggio ancora attivo, e nel corso dei secoli le piene improvvise vi hanno riversato acqua e sedimenti, in antico e ancora nel Novecento.
Fu costruita all’inizio della Venticinquesima dinastia, quella dei faraoni kushiti provenienti dalla Nubia. Il proprietario originario era Nisemro, alto funzionario di origine nubiana attivo a Tebe in quel periodo. La facciata aveva piloni in mattoni crudi lunghi quasi diciassette metri.


Il lavoro pubblicato il 18 agosto su Frontiers in Environmental Archaeology non riguarda però la tomba nel suo insieme. Riguarda una stanza soltanto: la Camera Laterale 3, cinque metri e dieci per tre e quindici. Gli autori sono Jared Carballo-Pérez, del laboratorio di osteoarcheologia dell’Università di Leida, e Miguel Ángel Molinero Polo, dell’Università di La Laguna, che dirige il progetto di scavo.
Quella camera ha una qualità rara: non è mai stata toccata. Le esplorazioni di inizio Novecento, che a Tebe hanno svuotato e rimescolato quasi tutto, non ci sono arrivate. Il che significa che la sequenza dei seppellimenti si è conservata così com’era.


Dentro c’erano 1.444 ossa appartenenti a sedici individui umani ancora nella posizione in cui erano stati deposti, o quasi, e un canide mummificato. Più un deposito secondario a parte, di 1.775 frammenti bruciati, che corrispondono ad almeno altre quattro persone.
La disciplina che studia questi contesti si chiama archeotanatologia. Non si limita a contare gli scheletri: guarda come sono disposti i corpi, quali articolazioni sono rimaste unite, cosa poggia su cosa, quali oggetti stavano dove. Da lì si ricostruisce che cosa accadde, e in quale ordine.
Il risultato è una storia che si legge come un cambiamento di regola nel corso di tre secoli.


Nelle fasi più antiche, quelle della Venticinquesima dinastia, ogni morto ha il suo. Il proprio sarcofago di legno, il proprio spazio nella camera, i propri oggetti. Due uomini nel settore orientale, due donne in quello sudoccidentale, e in mezzo un’area libera. Gli autori notano la separazione per sesso ma invitano a non farne una regola: quattro persone sono troppo poche per stabilire un’usanza.
Poi la disposizione comincia a cedere. Verso la fine della Venticinquesima dinastia i nuovi arrivati vengono inseriti dove c’è posto, anche se il posto è già occupato. Nella fase persiana il fenomeno si accentua: il sarcofago numero 6 viene appoggiato sopra il sarcofago numero 7, che contiene ancora il suo occupante. Una donna fra i diciassette e i vent’anni viene deposta direttamente sopra un uomo di oltre sessanta, senza cassa.
In epoca tolemaica il sarcofago è sparito del tutto. Gli ultimi individui vengono adagiati sui precedenti, o incastrati fra blocchi di calcare, o con il cranio appoggiato su un frammento di ceramica. Su nove gruppi di deposizione, almeno sei mostrano sovrapposizione verticale diretta.


È qui che compare il cane, ed è bene ridimensionarlo, perché nella cronaca di questi giorni è diventato il protagonista. Nel paper è una riga di tabella. Si tratta di un canide femmina, siglato M9, con gli arti flessi, orientato a ovest, deposto sopra le gambe di due persone: una donna fra i venticinque e i trentacinque anni e un uomo fra i trentacinque e i quarantacinque, entrambi di epoca persiana. Non è stato documentato alcun oggetto associato. Gli autori non avanzano ipotesi sul perché fosse lì. Non è la domanda del loro studio.
La domanda del loro studio è un’altra, e riguarda il significato di quel cambiamento. La lettura tradizionale è economica: mancava lo spazio, mancavano i soldi per costruire tombe nuove, e allora si ammassava. Gli autori propongono una lettura diversa.
Il passaggio da sepolture individuali a un sistema accumulativo, sostengono, non indica una perdita di ordine funerario ma un cambio di logica. Nella fase antica l’elemento che struttura la sepoltura è il sarcofago: delimita il corpo, ne mantiene la posizione, raccoglie gli oggetti, definisce un’unità chiusa. Nella fase tarda quel ruolo passa alla camera stessa, cioè alla topografia dei corpi già presenti, delle superfici di sedimento e dei vincoli architettonici. Il sarcofago non scompare per povertà: perde la funzione di organizzare lo spazio, e la funzione passa ad altro.


Un dettaglio tecnico sostiene questa lettura ed è di quelli che si apprezzano. Gli autori avvertono che l’attuale posizione verticale delle mummie non corrisponde a quella originaria. Sarcofagi, bende e tessuti molli si sono compressi e sono collassati, facendo scendere i corpi. Al momento delle deposizioni successive, quindi, i morti precedenti erano probabilmente più visibili e più sporgenti di quanto sembri oggi. Chi arrivava dopo li vedeva.
Anche sui gesti del corpo si legge un movimento. Nelle fasi antiche prevalgono le mani appoggiate sul bacino. In quelle tarde prevalgono le braccia incrociate sul petto, la postura che l’iconografia associa a Osiride. Gli autori registrano il dato ma frenano sull’interpretazione: è un elemento dentro un insieme più ampio di cambiamenti nella preparazione del corpo, non la prova di un unico processo di osirificazione.
La camera non fu solo riempita. Fu anche violata e trasformata. Un taglio intrusivo, catalogato come unità stratigrafica 716, attraversa il corpo di una delle mummie più antiche e ne recide la metà inferiore: qualcuno rientrò e scavò lì, molto dopo.


E c’è il deposito bruciato, che resta il punto più oscuro. Millesettecentosettantacinque frammenti ossei, almeno quattro persone, tre adulti e un ragazzo. L’88,6 per cento mostra alterazione termica, e circa il 36 per cento è vicino alla calcinazione. Le caratteristiche macroscopiche indicano temperature prossime ai 550 gradi in condizioni prevalentemente prive di ossigeno. Il fuoco ha colpito soprattutto i crani e gli arti inferiori.
Da dove venissero quei resti, gli autori scrivono di non saperlo. Potrebbero provenire da una fase precedente della stessa camera, oppure essere stati portati lì da un altro settore della tomba. Una parte dei frammenti è stata poi ridistribuita in uno strato superiore, il che complica ulteriormente la ricostruzione.
Gli oggetti raccontano la stessa parabola dei corpi. Nelle fasi antiche sono in posizione primaria, a diretto contatto con il defunto: anfore fenicie, coppe per l’incenso, scarabei, amuleti dei Figli di Horo, perline tubolari di fayence, alcuni trovati dentro le bende o nelle cavità corporee. Nelle fasi tarde molti materiali sono dispersi nel sedimento, e non è più possibile dire a chi appartenessero.


Restano i limiti, e gli autori li mettono in fila senza sconti. Le piene, il trasporto di sedimenti, il fuoco, le riaperture e le riconfigurazioni successive rendono difficile distinguere le relazioni originarie dalle alterazioni. La conservazione è diseguale. Alcune interpretazioni, in particolare quelle sui meccanismi del riuso e sulla posizione originaria del deposito bruciato, vanno considerate provvisorie. E anche la parola memoria, che compare nel testo, viene usata in senso materiale: la persistenza fisica di corpi e oggetti, non un ricordo consapevole di chi seppelliva.
Due note di trasparenza, che gli autori dichiarano. Il redattore che ha seguito l’articolo ha segnalato una precedente collaborazione scientifica con uno dei due firmatari. E i ricercatori dichiarano di aver usato ChatGPT per la revisione linguistica e la strutturazione del manoscritto, precisando di aver verificato e corretto ogni esito e di assumersi la piena responsabilità del contenuto.


Lo scavo, infine, è stato finanziato dal governo delle Canarie, dalla fondazione Palarq, dall’Università di La Laguna, dal ministero della Cultura spagnolo e dall’Associazione spagnola di egittologia. Più una campagna di raccolta fondi fra privati e il contributo di un’azienda di mobili. Nei ringraziamenti gli autori citano per primi gli operai egiziani, senza i quali, scrivono, la ricerca non sarebbe stata possibile.



Bibliografia
Carballo-Pérez J., Molinero Polo M.Á., «From individualized mummies to collective accumulations: an archaeothanatological analysis of funerary reuse in Theban Tomb 209 (Twenty-Fifth Dynasty–Ptolemaic Egypt)», Frontiers in Environmental Archaeology, vol. 5, articolo 1888379, pubblicato il 18 agosto 2026, accesso aperto con licenza CC BY. doi: 10.3389/fearc.2026.1888379
Carballo-Pérez J., Molinero Polo M.Á., «Mummies under the wadi. Preliminary study of a burial deposit in Theban Tomb 209 (South Asasif, Egypt)», Canarias Arqueológica, 22, 615-628, 2021.
Duday H., «The Archaeology of the Dead: Lectures in Archaeothanatology», Oxbow Books, Oxford, 2009, per il metodo archeotanatologico.

 

*Board Member, SRSN (Roman Society of Natural Science)
Past Editor-in-Chief Italian Journal of Dermosurgery

Ultima modifica il Lunedì, 07 Settembre 2026 08:01
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