Caratterizzato da pelle priva di pigmento, arti ridotti e una straordinaria aspettativa di vita che può oltrepassare i cent'anni, il proteo (o "pesce umano") rappresenta una delle specie cavernicole più celebri al mondo. Sebbene fosse studiato da circa tre secoli e mezzo e vi fossero già segnali di marcate difformità tra i vari gruppi — con l'unica eccezione nota di una variante scura isolata in Slovenia —, la scienza lo ha a lungo catalogato sotto la singola voce Proteus anguinus.
Il team di esperti, guidato dall'erpetologo Christophe Dufresnes del Museo Nazionale di Storia Naturale di Parigi con il supporto di Raoul Manenti e Benedetta Barzaghi dell'Ateneo milanese, ha riesaminato i dati genetici, morfologici ed ecologici finora raccolti. L'analisi incrociata dei tratti fisici, della storia evolutiva e dell'areale geografico ha dimostrato che le divergenze tra le popolazioni sono sufficienti a distinguere nove specie a sé stanti, tre delle quali totalmente inedite per la letteratura scientifica.
Tra le novità principali figura proprio l'identificazione formale della specie del Carso Classico italiano, la cui formalizzazione si deve anche alle attività sul campo dei ricercatori della Statale di Milano. La denominazione Proteus maurii intende celebrare l'opera di valorizzazione e salvaguardia svolta da Edgardo Mauri.
La scoperta evidenzia una straordinaria varietà evolutiva, ma solleva contemporaneamente forti preoccupazioni per la sopravvivenza di questi anfibi: ciascuna specie occupa infatti aree geografiche molto circoscritte e, in taluni casi, limitate a un singolo sistema idrico sotterraneo.
Come sottolinea Benedetta Barzaghi, la definizione di questo nuovo quadro tassonomico è il prerequisito indispensabile per calibrare gli interventi di salvaguardia in base alle reali esigenze delle singole comunità ipogee.
Raoul Manenti rileva inoltre come il lavoro costituisca una solida base per i futuri studi ecologici ed evolutivi, senza escludere che le esplorazioni in zone del Carso dinarico tuttora poco tracciate possano portare al ritrovamento di ulteriori popolazioni sconosciute. La speranza dei ricercatori è che l'individuazione della specie autoctona del Carso Classico possa favorire sinergie e collaborazioni tra enti locali e centri scientifici per la difesa di questi fragili ecosistemi.



