Incrociando l'analisi della topografia del pianeta con simulazioni di attrito eseguite nei laboratori dell'Ateneo di Padova su campioni rocciosi analoghi a quelli mercuriani, le ricercatrici e i ricercatori hanno scoperto che la grafite, risalente alle primissime fasi evolutive del pianeta, ha continuato a influenzarne l'attività tettonica nel tempo, portando a ipotizzare che Mercurio abbia subito una contrazione decisamente maggiore rispetto alle stime passate.
Come evidenziato da Natalia A. Vergara Sassarini, prima autrice del lavoro (INAF-OAPD, precedentemente all'Università di Padova) coordinata dal professor Matteo Massironi, l'assenza di grafite avrebbe impedito la formazione dei grandiosi sistemi di faglie oggi visibili. Questo dimostra come le fasi embrionali di un pianeta condizionino l'aspetto e la morfologia della sua superficie anche a distanza di eoni.
Sulla Terra i movimenti lungo le faglie sono favoriti dai fluidi in circolo, un fattore assente su Mercurio per via dell'elevata irradiazione solare e della bassa gravità. Telemaco Tesei (Università di Padova) e Andrea Bistacchi (Università di Milano-Bicocca) sottolineano come sottilissimi strati di grafite abbiano sostituito la funzione di questi fluidi, rappresentando un meccanismo di lubrificazione unico per la tettonica planetaria del nostro Sistema Solare.
La rilevanza di questa scoperta trova un'immediata applicazione pratica in vista dell'arrivo nell'orbita di Mercurio della missione spaziale BepiColombo (promossa dalle agenzie ESA e JAXA). Come sottolineato dal coautore Matteo Massironi, Project Scientist di SIMBIO-SYS, le strumentazioni di bordo permetteranno a breve di analizzare in alta risoluzione la composizione minerale e la struttura tridimensionale di queste scarpate, confermando sul campo il ruolo giocato dalla grafite.



