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CEU UCH research group

Retinitis pigmentosa is a rare and hereditary neurodegenerative disease which causes vision loss due to the death of photoreceptors in the retina, and for which there is currently no treatment. The research group at the Universidad CEU Cardenal Herrera on Therapeutic Strategies for Ocular Pathologies, headed by professor María Miranda Sanz, had already tested in a previous study the efficiency of progesterone to ameliorate the death of photoreceptor cells in the retina caused by this disease. Now, in a new project published in the scientific journal Frontiers in Pharmacology, they have observed a higher protective effect of progesterone when combined with a strong antioxidant: lipoic acid.

As highlighted by doctor María Miranda, professor at the CEU UCH and main researcher of the group, “in this new study we verified that both progesterone and the lipoic acid are separately able to protect photoreceptors in the retina from cell death, but their simultaneous application provides even better results than individually. These results, obtained in animal models, administering both substances orally, could be the basis for developing future treatments to ameliorate the eyesight deterioration caused by retinitis pigmentosa. There is currently no treatment for a disease which represents half of those that degenerate the retina around the world.”

Pubblicato in Scienceonline
 
Sta destando scalpore nella comunita' scientifica uno studio appena pubblicato sulla rivista Gut che dimostra come l'obesita' nell'adolescente rappresenti un importante fattore di rischio per cirrosi epatica e tumore del fegato. Lo studio e' stato condotto su 1,2 milioni di giovani maschi svedesi dell'eta' compresa tra 17 e 19 anni, nati tra il 1951 e il 1976, i cui dati erano stati raccolti nei registri nazionali al momento della chiamata al servizio militare tra il 1969 ed il 1996, quando in quegli anni il servizio di leva era obbligatorio per cui tutti i ragazzi, eccetto una modesta percentuale del 2-3%, erano stati registrati (HagstromGut 2018).

"La Societa' Italiana di Gastroenterologia e Endoscopia digestiva (Sige) e' fortemente impegnata nella ricerca di base e nella ricerca clinica sulle malattie epatiche causate dal sovrappeso e dalla obesita'- sottolineano il presidente Domenico Alvaro e la vicepresidente Patrizia Burra- Il forte messaggio che emerge dal lavoro appena pubblicato dai colleghi svedesi sul rapporto tra obesita' negli adolescenti e rischio di sviluppare nell'eta' adulta malattia del fegato con progressione in fibrosi e cirrosi e sviluppo del tumore epatico, rappresenta un ulteriore stimolo alla ricerca in Gastroenterologia ed Epatologia per prevenire le malattie del fegato, intervenendo sul controllo di fattori di rischio modificabili, come l'alimentazione, il peso corporeo, l'uso inadeguato di bevande alcoliche".
Pubblicato in Medicina

Primi risultati dello studio su un piccolo coleottero verde, considerato scomparso da oltre un secolo e ritrovato lo scorso anno dal team di ricercatori della Sapienza nel cuneese. La ricerca, associata al ritrovamento della specie, fa luce su importanti aspetti della sua ecologia, biogeografia e biologia della conservazione. Lo studio è pubblicato sulla rivista Insect Conservation and Diversity Proprio come i mitici e inafferrabili folletti dei boschi, chiamati “salvan” dagli abitanti delle Alpi Marittime, una isolatissima specie di piccoli coleotteri verdi della famiglia dei Nitidulidi era sfuggita per più di un secolo alle intense ricerche degli entomologi italiani e francesi. Quando ormai era data per estinta, lo scorso anno il team di ricercatori della Sapienza, coordinato da Paolo Audisio del Dipartimento di Biologia e biotecnologie “Charles Darwin”, ha ritrovato, durante una breve spedizione in una località delle Alpi Marittime sopra l’abitato di Palanfré, pochi esemplari dell’elusivo insetto Brassicogethes salvan. Qui i ricercatori hanno finalmente individuato anche la sua pianta ospite, la rara e subendemica Brassicacea Descurainia tanacetifolia.

Pubblicato in Ambiente

 

Secondo gli esperti del Global Footprint Network con questo stile di vita avremo bisogno di 1,7 pianeti

 
Oggi meno del 25% della superficie complessiva delle terre emerse del nostro pianeta sono in una situazione naturale
 
WWF: urgente un piano globale per la difesa della biodiversità planetaria, il nostro capitale naturale
 
L’umanità utilizza risorse naturali più velocemente di quanto gli ecosistemi della Terra siano in grado di rigenerare: il 1 agosto 2018 secondo gli esperti  del Global Footprint Network avremo consumato le risorse naturali che il nostro Pianeta è in grado di rigenerare in un anno. Dal 2 agosto, staremo simbolicamente erodendo il capitale (naturale) del pianeta. 
"In pratica è come se stessimo usando 1,7 Terre - sottolinea Gianfranco Bologna, Direttore Scientifico WWF Italia - . Secondo i calcoli del Global Footprint Network il nostro mondo è andato in overshoot nel 1970 e da allora il giorno del sovrasfruttamento è caduto sempre più presto. Il deterioramento dello stato di salute degli ecosistemi e della biodiversità presenti sulla Terra continua a crescere - continua il direttore scientifico del WWF Italia - . Le ricerche più autorevoli ci documentano che allo stato attuale il degrado dei suoli della Terra dovuto all’impatto umano sta esercitando un ruolo fortemente negativo sul benessere umano, in particolare per almeno 3.2 miliardi di individui, e sta contribuendo alla sesta estinzione di massa della ricchezza di biodiversità della Terra. La valutazione del costo complessivo di questo degrado, causato dalla perdita di biodiversità e dei servizi ecosistemici, viene valutato in più del 10% del prodotto lordo mondiale. Al 2014 più di 1.5 miliardi di ettari di ambienti naturali sono stati convertiti in aree coltivate. Oggi meno del 25% della superficie complessiva delle terre emerse del nostro pianeta sono in una situazione naturale. Secondo gli esperti si stima che, al 2050, questa quota potrebbe scendere al 10%, se non si agisce significativamente per invertire la tendenza attuale". 

Nemmeno gli ecosistemi marini sono esenti dall’impatto dell’azione umana. Il recentissimo lavoro, apparso la scorsa settimana, di alcuni tra i grandi ecologi marini e biologi della conservazione di fama internazionale (Jones Kendall ed altri “The Location and Protection Status of Earth’s Diminishing Marine Wilderness” apparso sulla rivista scientifica “Current Biology”) ha cercato di individuare lo stato della naturale integrità degli ecosistemi marini, tenendo conto dell’analisi, anche sinergica, di 15 fattori di pressione dovuti all’intervento umano. Ne risulta che, allo stato attuale, è possibile indicare che solo il 13.2% (che copre circa 55 milioni di kmq) di tutti gli oceani del mondo hanno una situazione di wilderness marina, e queste aree sono situate soprattutto nei mari aperti dell’emisfero meridionale e alle estreme latitudini.

Pubblicato in Ambiente
 
 
The world's biggest colony of king penguins is found in the National Nature Reserve of the French Southern and Antarctic Lands (TAAF). Using high-resolution satellite images, researchers from the Chizé Centre for Biological Studies (CNRS / University of La Rochelle) have detected a massive 88% reduction in the size of the penguin colony, located on Île aux Cochons, in the Îles Crozet archipelago. The causes of the colony’s collapse remain a mystery but may be environmental. These findings are published in Antarctic Science (July 25). Known since the 1960s, the colony of king penguins (Aptenodytes patagonicus) on Île aux Cochons, in the southern Indian Ocean, had the distinction of being the world’s biggest colony of king penguins and second biggest colony of all penguins. However, due to its isolation and inaccessibility, no new estimates of its size were made over the past decades.
Pubblicato in Scienceonline
Lunedì, 30 Luglio 2018 13:18

How resistant cancer cells can be fought

 
An international research team under the co-direction of the University of Bern and the Netherlands Cancer Institute (NKI) has discovered various mechanisms of resistance to cancer therapy. The findings help researchers to understand the self-repair of cancer cells after a therapy and thus help to fight resistant tumours more efficiently.
The DNA in our cells is constantly subjected to damage, caused in particular by the cells’ normal metabolism. Current estimates assume up to 70,000 impairments per cell per day.
Pubblicato in Scienceonline
 
One drop of blood is enough for TBIcheck to diagnose a possible mild brain trauma. If a line appears below the control line, the injured person will have to go to the hospital for a CT scan. © UNIGE (90)
 

Every year in Europe, three million people are admitted into hospitals for suspected mild traumatic brain injury (mTBI) cases. Yet 90% of these patients will be able to return home safely, as no trauma has been detected. Today, the only reliable diagnosis is the CT Scan, which is only available in some hospitals and, in addition to being expensive, exposes patients to radiations. Researchers from the University of Geneva (UNIGE), in collaboration with the Hospitals of Barcelona, Madrid and Seville, have developed a small device – Point-of-Care Test (POCT) - that analyses the level of proteins in the blood and allows, using a single drop of blood, to diagnose the possibility of a mild traumatic brain injury. This discovery, described in PLOS One, will not only relieve emergency departments, free patients from often long waits, but also save on costly medical examinations.

Falling whilst skiing, tumbling down the stairs or getting hit on the head can cause symptoms such as blurred vision, vomiting, loss of consciousness or memory for about 30 minutes. There is then a risk of mild cerebral trauma, which represents more than 90% of brain injuries admitted to hospitals. But is there really a brain lesion? Or are these symptoms merely the consequence of the violence of the shock, of which will ultimately only leave a bump behind?

Pubblicato in Scienceonline

 



Uno straordinario video di mamma tigre con due successive cucciolate è stato realizzato dal WWF nelle foreste di Sumatra centrale, in Indonesia, sito World Heritage UNESCO. Le spettacolari immagini mostrano tre cuccioli seguire la loro mamma, poi li vediamo cresciuti nella fase di “subadulti”, successivamente l’incontro di “mamma Rima” con un  maschio e nei secondi finali una nuova cucciolata, questa volta con 4 piccoli.

“Questo video è una meraviglioso esempio di come le tigri si riproducono ‘come gatti’ "se hanno un habitat protetto, abbastanza prede e sono lasciate in pace. Per raggiungere l'obiettivo TX2 (raddoppiare i numeri della tigre allo stato selvatico entro il 2020) abbiamo bisogno della collaborazione di governi, aziende, comunità locali e di tutti coloro che si occupano di tigre per sostenere gli sforzi di conservazione”, ha dichiarato Michael Baltzer, leader del WWF Tigers Alive che aggiunge: “Apprezziamo gli sforzi del governo indonesiano per salvare questo magnifico animale e aumenteremo il nostro sostegno per incrementare la popolazione della tigre a Sumatra, attraverso il potenziamento delle aree protette e dei corridoi che permettono a questi animali di spostarsi”.
La situazione di questo meraviglioso felino resta infatti critica a causa di bracconaggio e perdita di habitat. Un secolo fa c’erano circa 100.000 tigri in natura, oggi abbiamo perso il 95% della popolazione delle tigri selvagge, e restano circa 3.890 individui nei 13 Paesi asiatici che ancora ospitano il felino: Bangladesh, Buthan, Cambogia, Cina , India, Indonesia, Lao, Malesia , Birmania, Nepal , Russia, Thailandia, Vietnam.

Nei giorni scorsi il WWF Italia ha lanciato l’iniziativa Cat4Cats in soccorso della tigre, rivolgendo un appello ai gatti italiani e chiedendo ai loro proprietari, attraverso la campagna “A-MICI” di adottare una tigre e inviare ai social Facebook, Instagram, Twitter, WWF un selfie col proprio micio che il WWF pubblicherà sui propri profili.
 
Clicca qui per vedere  il video: https://www.youtube.com/watch?v=ycSnQToUY6o
Pubblicato in Ambiente

Long-term use of either cannabis or cannabis-based drugs impairs memory say researchers. The study has implications for both recreational users and people who use the drug to combat epilepsy, multiple sclerosis and chronic pain. They found that mice exposed to the drug long-term had “significant … memory impairments” and could not even discriminate between a familiar and novel object.
There is little understanding of the potential negative side effects of long-term cannabinoid exposure, though it is already known that heavy, regular cannabis use increases the risk of developing mental health problems including psychosis and schizophrenia.

More and more people are using the drug long-term due to its legalisation in several countries, while more potent varieties are available for recreational users.

Researchers from Lancaster and Lisbon Universities studied the effects of the cannabinoid drug WIN 55,212-2 in mice and found that:

  • Long-term exposure impairs learning and memory in the animals
  • Brain imaging studies showed that the drug impairs function in key brain regions involved in learning and memory
  • Long-term exposure to the drug impairs the ability of brain regions involved in learning and memory to communicate with each other, suggesting that this underlies the negative effects of the drug on memory
Pubblicato in Scienceonline
 
 
Pubblicato dalla rivista 'Scientific Reports' il risultato della prima evidenza sperimentale dei metaboliti rilasciati durante il differenziamento in vivo delle cellule staminali pluripotenti. La ricerca, diretta dai Professori Corrado Di Natale e Federica Sangiuolo, ha coinvolto i Dipartimenti di Ingegneria Elettronica, Biomedicina e Prevenzione, e Scienze e Tecnologie Chimiche dell'Universita' degli Studi di Roma Tor Vergata.

Questo risultato sostanzia un risultato precedente ottenuto in vitro dallo stesso gruppo di ricerca. Per la prima volta e' stata registrata su modelli animali un cambiamento del profilo dei composti volatili rilasciati da cellule staminali hiPSCs ("l'odore della cellule") che segnala con estrema precisione il momento esatto in cui tali cellule iniziano il loro processo di differenziamento. Le cellule iPS sono cellule staminali, derivate da cellule somatiche in cui e' stato riportato indietro l'orologio biologico. Sono in grado di differenziare in qualsiasi tipo di cellula umana specializzata, capace di svolgere funzioni specifiche (come fegato, polmoni, cuore).
Pubblicato in Medicina

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