Al Queen Elizabeth Hospital di Birmingham i neurochirurghi asportano a volte pezzi di corteccia cerebrale o cerebellare per ragioni cliniche. Con il consenso scritto dei pazienti, una parte di quel tessuto finisce in un liquido di coltura ghiacciato. Viene tagliata in cubetti di 350 micrometri di lato e lavorata entro mezz'ora. Il giorno dopo i frammenti sono in piastra, ancora vivi.
Su quei frammenti e su cellule ricavate dal sangue il gruppo di Nicholas Barnes, farmacologo dell'Università di Birmingham, ha provato a spegnere un interruttore dell'infiammazione. Il lavoro conta 37 autori ed è uscito sulla rivista Brain, online il 19 febbraio 2026. Il fascicolo stampato è di ottobre, e il comunicato dell'università è arrivato con quello.
L'interruttore si chiama P2X7. È un recettore sulla superficie delle cellule immunitarie. Si apre quando fuori dalla cellula c'è molto ATP, la molecola che trasporta energia e che le cellule danneggiate perdono dopo un colpo. Aperto, P2X7 attiva l'inflammasoma, un complesso di proteine che taglia e libera due messaggeri dell'infiammazione, l'interleuchina-1β e l'interleuchina-18. Nel cervello lo fa soprattutto la microglia, le cellule immunitarie residenti.
Il punto di partenza dichiarato dagli autori è il trauma cranico. Nel mondo è una delle grandi cause di morte e non ha farmaci approvati. Dopo l'urto iniziale la microglia si attiva e l'infiammazione allarga il danno per giorni. È la finestra in cui un farmaco potrebbe entrare. Nei modelli animali P2X7 ha già un ruolo in questo processo. Mancavano prove su tessuto umano.
Il gruppo ha prima prodotto cellule simili alla microglia partendo dai monociti, globuli bianchi del sangue, di donatori sani. Dopo cinque-sette giorni con un cocktail di fattori di crescita le cellule portavano i marcatori tipici della microglia e inghiottivano frammenti di mielina. Il gruppo le ha prima stimolate con una tossina batterica, il lipopolisaccaride. Poi ha aggiunto il BzATP, una molecola che apre P2X7 più dell'ATP stesso. Alla dose più alta le cellule di cinque donatori hanno rilasciato in media 2.688 picogrammi per millilitro di interleuchina-1β e 282 di interleuchina-18.
Su un pannello di 45 molecole misurate in cellule di tre donatori, l'interleuchina-1β era quella salita di più, di quasi duecento volte rispetto al livello di base. Con un bloccante di riferimento, l'A-804598, l'aumento si riduceva a una decina di volte. Due bloccanti sperimentali della Janssen, JNJ-54175446 e JNJ-55308942, lo hanno frenato già a concentrazioni nanomolari. Il più potente dimezzava la risposta a circa un nanomolare. Hanno funzionato anche un inibitore dell'inflammasoma, l'MCC950, e uno della caspasi-1, l'enzima che fa il taglio. La via è quella attesa.
Poi le fette di cervello umano. Anche lì il BzATP ha fatto salire le citochine in proporzione alla dose. Gli antagonisti di P2X7 hanno ridotto il rilascio a concentrazioni che gli autori definiscono farmacologicamente rilevanti, cioè vicine a quelle raggiungibili nel cervello di un paziente. Gli autori ne deducono che bloccare P2X7 nel sistema nervoso centrale potrebbe limitare l'infiammazione dopo un trauma. È una previsione. Non ci sono pazienti trattati.
Il comunicato ripreso da ScienceDaily il 7 ottobre titola su Alzheimer e Parkinson. Nel paper le due malattie non sono studiate. Nel riassunto, nell'introduzione e nei metodi compaiono solo il trauma cranico e generiche «patologie neuroinfiammatorie». Il comunicato parla di «colture vive di cellule cerebrali umane», ma le cellule della prima parte sono monociti trasformati in laboratorio. Parla di riposizionare farmaci esistenti. I due composti della Janssen sono sperimentali e non hanno un'autorizzazione al commercio.
Il comunicato tace anche sull'industria. Dieci autori lavorano per Celentyx, un'azienda di farmacologia di Birmingham, che compare anche fra i finanziatori accanto al Medical Research Council e al National Institute for Health and Care Research britannici. I due composti sperimentali sono un dono della Janssen. Sono legami comuni nella farmacologia di trasferimento. Il lettore ha però bisogno di saperli per pesare la promessa.
Restano i limiti di un lavoro in vitro ed ex vivo. Le fette vengono da pazienti operati per altre ragioni, non da cervelli traumatizzati. Una fetta tenuta in piastra per un giorno non ha circolazione, né barriera ematoencefalica, né il tempo lungo di una malattia. Il passo successivo indicato dal gruppo sono studi clinici nel trauma cranico e in altre malattie con infiammazione del cervello.

Potenza dei tre antagonisti di P2X7 provati su microglia ricavata da monociti umani: concentrazione che dimezza il rilascio di interleuchina-1β. Valori in nanomolare calcolati in redazione dai pIC50 pubblicati. Elaborazione di Scienzaonline su dati di Cowley J. et al., Brain 2026, doi 10.1093/brain/awag068 (licenza CC BY 4.0).
Bibliografia
Cowley J., Harrison N., Pegg A. et al., «P2X7 receptor-mediated IL-1β release by human brain tissue: the impact of CNS-penetrant potential therapeutics», Brain, 149, 10, 3614–3630, pubblicato online il 19 febbraio 2026, fascicolo di ottobre 2026, accesso aperto, licenza CC BY 4.0. doi: 10.1093/brain/awag068
University of Birmingham, comunicato stampa ripreso da ScienceDaily il 7 ottobre 2026, «Drug Target Could Block Brain Inflammation Linked to Alzheimer's and Parkinson's» (usato solo come segnalazione).
*Board Member, SRSN (Roman Society of Natural Science)
Past Editor-in-Chief Italian Journal of Dermosurgery

