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La luce di notte e il cuore: undicimila sensori al polso, poi la risonanza

Guido Donati * 08 Ott 2026


Uno studio sui dati della UK Biobank collega la luce nella stanza durante il sonno a un cuore più spesso e meno elastico. È un’associazione, la luce è stata misurata per una settimana sola e le differenze stanno fra l’uno e il tre per cento.

 

 

Differenze percentuali nelle misure del cuore alla risonanza magnetica fra chi aveva l’esposizione più alta alla luce notturna e chi non superava mai i tre lux, con intervalli di confidenza al 95 per cento. In rosso le misure che crescono, in blu quelle che calano. Dati di 11.071 partecipanti della UK Biobank.

Elaborazione di Scienzaonline su dati di Dai J. et al., European Heart Journal 2026, doi 10.1093/eurheartj/ehag563


Fra il 2013 e il 2015 undicimila britannici hanno portato al polso per sette giorni un piccolo accelerometro. Dentro c’era anche un sensore di luce. Contava i movimenti e registrava quanta luce arrivava sul braccio durante la notte. Circa tre anni dopo, 3,1 anni in mediana, le stesse persone sono entrate in una risonanza magnetica del cuore.
Jin Dai, Wen Dai, Yoriko Heianza e Lu Qi, epidemiologi della Tulane University di New Orleans, hanno messo insieme le due misure. Il lavoro è uscito il 9 settembre 2026 sullo European Heart Journal, in accesso aperto. I partecipanti sono 11.071, con un’età media di 61,1 anni. Le donne sono il 56,6 per cento, i bianchi il 97,6.
La soglia scelta è di tre lux. Un lux è più o meno la luce di una candela a un metro di distanza. Gli autori hanno preso quel valore perché basta a frenare la melatonina, l’ormone che sale col buio della sera. Chi non l’ha mai superata nelle ore di sonno forma il gruppo di riferimento, 3.438 persone. Gli altri sono divisi in tre gruppi di pari numero, con esposizione bassa, intermedia e alta. Il gruppo alto conta 2.416 persone. Nelle pagine del paper che si sono potute aprire non compaiono i valori in lux che separano i tre gruppi.


Nel gruppo alto, a parità di età, abitudini, inquinamento dell’aria, stagione e luce del giorno, la massa del ventricolo sinistro risulta più grande del 2,4 per cento, con un intervallo di confidenza al 95 per cento fra 1,6 e 3,1. La parete è più spessa dell’1,5 per cento. La frazione di contrazione miocardica, che misura quanto il muscolo si accorcia a ogni battito rispetto al suo volume, è più bassa dell’1,9 per cento. Lo strain, la deformazione del muscolo mentre si contrae, cala di quasi il 3 per cento nelle tre direzioni in cui si misura. Anche il ventricolo destro e l’atrio sinistro risultano un poco più grandi, e l’atrio si svuota un poco meno.
Gli autori chiamano il quadro ipertrofia concentrica con declino funzionale subclinico. Vuol dire un cuore con le pareti più spesse, che lavora un poco peggio senza dare sintomi. Sono differenze di pochi punti percentuali, calcolate su medie di gruppo, e non bastano a riconoscere un singolo malato. Pesano perché vanno tutte nella stessa direzione e crescono con la dose di luce in modo lineare.
Una parte del legame passa per il sonno. Chi dorme con più luce dorme meno, e la durata del sonno spiega in senso statistico fra il 24 e il 49 per cento delle associazioni. Il sonno però non è stato misurato in laboratorio. Lo ha stimato lo stesso accelerometro.


Il gruppo di Tulane ha poi seguito per otto-dieci anni 73.286 partecipanti che avevano portato il sensore. Nel gruppo con più luce il rischio di scompenso cardiaco risulta più alto del 29 per cento, quello di ictus del 33, quello di infarto del 24, la mortalità cardiovascolare del 26. Sono rischi relativi, hazard ratio nel gergo, e dicono di quanto gli eventi corrono più veloci in un gruppo che nell’altro. Il paper, nelle sezioni aperte, non dà i casi per gruppo. Senza quei numeri il 29 per cento non dice quanti scompensi in più ci siano su mille persone.
Gli autori elencano i limiti. La registrazione copre una sola settimana, che può non rappresentare anni di notti. La risonanza è stata fatta su chi ha accettato di tornare, un gruppo diverso da quello di partenza. Il campione è quasi tutto bianco e britannico. C’è poi un punto che il paper non affronta, almeno nelle sezioni lette. Il sensore sta al polso, e un polso sotto le coperte non vede la stessa luce che arriva agli occhi.
Lo studio è osservazionale e non dimostra che la luce faccia ispessire il cuore. Una stanza illuminata di notte va spesso insieme al lavoro a turni, alla città, allo schermo acceso a letto, a un sonno disturbato per altre cause. Gli autori hanno corretto per molti di questi fattori. Il lavoro a turni e l’uso degli schermi non risultano fra le correzioni elencate. Il comunicato della European Society of Cardiology titola che troppa luce di notte cambia la forma e il lavoro del cuore. Il paper scrive associazione.
Lo studio è finanziato dai National Institutes of Health statunitensi. Gli autori chiudono con due richiami, notti buie e sonno sufficiente. La prova di causa potrà venire solo da una sperimentazione che spenga le luci a un gruppo e le lasci accese all’altro.


Dai J., Dai W., Heianza Y., Qi L., «Nighttime light exposure and cardiac structure and function», European Heart Journal, articolo ehag563 (volume e fascicolo non ancora assegnati), pubblicato online il 9 settembre 2026, accesso aperto con licenza CC BY 4.0. doi: 10.1093/eurheartj/ehag563
European Society of Cardiology, «Too much light at night changes the shape and working of the heart», comunicato stampa, 10 settembre 2026.

*Board Member, SRSN (Roman Society of Natural Science)
Past Editor-in-Chief Italian Journal of Dermosurgery

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